
C'è una frase che quest'estate è entrata nel lessico collettivo prima ancora di diventare titolo di giornale: quando torno al mio paese è sempre festa. È il cuore emotivo di «Al mio paese», il singolo che Serena Brancale ha scritto con Levante e Delia, pubblicato il 3 aprile 2026 come estratto dall'album Sacro. Dietro l'orecchiabilità da tormentone c'è un racconto preciso: quello di chi vive lontano dalla propria terra e vi ritorna per le vacanze, ritrovando un tempo e una comunità che altrove sembrano perduti. È esattamente il sentimento su cui l'Italia sta costruendo una delle sue politiche culturali ed economiche più ambiziose.
«Al mio paese» nasce dall'incontro di tre voci meridionali: Brancale, barese, porta il suo R&B intrecciato al dialetto; Levante e Delia arrivano dalla Sicilia con sensibilità opposte, una più narrativa, l'altra più istintiva. Il brano, firmato dalle tre artiste con Alessandro La Cava, Federica Abbate e Simone Capurro, prodotto da Carlo Avarello e Manuel Finotti (Gorbaciof) per Isola degli Artisti / Warner Music Italy, pesca a piene mani dalle tradizioni musicali del Sud: taranta, pizzica, tammuriata, dentro un arrangiamento radiofonico e contemporaneo.
Il risultato ha numeri solidi. Certificato disco d'oro FIMI a fine giugno 2026, il singolo ha dominato per settimane la classifica airplay di EarOne, tornando in vetta nel pieno della stagione estiva e imponendosi come uno dei manifesti sonori dell'anno. Il videoclip, diretto da Marco Braia e girato tra le strade di Ortigia a Siracusa, mette in scena proprio il ritorno alle radici come festa collettiva. La stessa Brancale ha spiegato di averlo concepito come un pezzo dedicato ai fuorisede, costruito su immagini che le mancano e che ricorda.
La forza del brano sta tutta nel contrasto che dichiara fin dai primi versi. Da una parte la vita altrove: le notti in metropolitana, la sensazione di essere una nomade tra la folla, la distanza. Dall'altra il paese, dove le ferie cominciano nel momento stesso dell'arrivo.
Le immagini che scorrono nel testo compongono una liturgia della lentezza: le signore sedute davanti a casa a chiacchierare, le piazze sempre piene, le luminarie accese, le Madonne nelle chiese e i santi patroni, le lenzuola bianche stese al vento, i bambini che giocano in mezzo alla strada, i parenti da visitare a uno a uno perché altrimenti «si offendono». È un mondo in cui, dice la canzone, non si va di fretta. Il tempo non è quello scandito dalle scadenze urbane, ma quello dilatato della festa, del rito, della relazione.
Qui sta il nucleo nostalgico che spiega il successo: il brano non promette un luogo, promette un ritmo. Offre a chi ascolta, soprattutto a chi è emigrato per studio o per lavoro, la possibilità di riconnettersi, anche solo per la durata di una canzone, con una temporalità fatta di appartenenza anziché di produttività. La festa patronale, con i suoi fuochi e le sue bancarelle, diventa il simbolo di un'identità che resiste allo sradicamento. Non a caso il tour di Brancale, il Sacro Tour, dopo aver attraversato l'Europa a partire da Londra si chiuderà a ottobre 2026 proprio a Bari: tornare a casa dopo il percorso internazionale è il gesto stesso che la canzone racconta.
Quella nostalgia non è soltanto un sentimento pop. È diventata una leva di sviluppo territoriale con un nome preciso: turismo delle radici. Il fenomeno riguarda gli italiani residenti all'estero e gli italo-discendenti, un bacino potenziale stimato tra i 60 e gli 80 milioni di persone nel mondo, che tornano in Italia per riscoprire i luoghi delle proprie famiglie.
Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), attraverso la Direzione generale per gli italiani all'estero, ha strutturato l'offerta nel programma Italea, finanziato dal PNRR con il sostegno di NextGenerationEU e lanciato nel 2024, proclamato «Anno delle radici italiane nel mondo». Il nome deriva da talea, la tecnica con cui una pianta, recisa e ripiantata, mette nuove radici: la metafora dichiarata del ritorno alla «pianta madre».
I numeri raccontano una crescita rapida. Nel 2024 si sono registrati 6,6 milioni di visitatori, in aumento del 13,8% sull'anno precedente, per un flusso economico di circa 5 miliardi di euro, cresciuto del 34,4%. Nel 2025 sono stati superati i 7 milioni di presenze. Per il 2026 sono attesi oltre 7,4 milioni di viaggiatori, con una spesa stimata superiore ai 5,5 miliardi di euro; secondo le valutazioni del Ministero, a regime il comparto potrebbe generare un flusso aggiuntivo fino a circa 8 miliardi di euro l'anno.
Il programma ha coinvolto circa 800 comuni, selezionati con un apposito bando, che hanno già organizzato centinaia di eventi rivolti alle comunità italiane nel mondo. Il portale Italea ha registrato oltre 160 milioni di visualizzazioni nel solo 2025 e conta già circa 15.000 iscritti alla ItalEA Card. Le regioni più ricercate da chi torna sui luoghi di famiglia sono Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Sicilia, Calabria, Abruzzo e Puglia, in buona parte proprio quel Sud che «Al mio paese» mette in musica.
Un dato in particolare misura la profondità del legame: secondo le ricerche di The European House - Ambrosetti, il turista delle radici si ferma in Italia in media 9,8 giorni, contro i 4-5 delle visite tradizionali. Non cerca la cartolina, cerca il paese del bisnonno, la ricetta specifica, il borgo scritto su un foglio. È un turismo lento per definizione: lo stesso tempo dilatato che la canzone celebra.
Canzone e programma pubblico convergono su un identico immaginario (la festa, la piazza, il ritorno, la comunità), ed è qui che il fenomeno si fa interessante, ma anche discutibile. «Al mio paese» ha suscitato una polemica proprio su questo terreno. Diverse voci del dibattito meridionalista, tra cui la creator Claudia Fauzia e alcuni commentatori delle testate del Sud, hanno contestato la rappresentazione stereotipata e «esotizzante» di un Meridione ridotto a luogo della sospensione e delle ferie, un Sud «che esiste solo per turisti e fuorisede una manciata di giorni l'anno», svuotato di chi ci vive e ci lavora tutto l'anno. Altri hanno difeso il brano ricordando che a firmarlo sono tre artiste meridionali che raccontano un sentimento reale, quello della nostalgia di chi è partito.
È la stessa tensione che attraversa il turismo delle radici. Il rischio della «cartolina» (il borgo pittoresco buono per una settimana d'agosto) è il rovescio della sua opportunità: contrastare lo spopolamento, destagionalizzare i flussi, sostenere l'occupazione nell'ospitalità e nel commercio dei piccoli centri. La differenza tra folklore da esportazione e sviluppo reale la fanno i dettagli concreti: i 9,8 giorni di permanenza, gli eventi tutto l'anno, la rete dei musei dell'emigrazione, il coinvolgimento dei comuni come soggetti attivi e non come sfondo.
Vista così, «Al mio paese» non è solo il tormentone dell'estate. È la colonna sonora, non richiesta ma perfetta, di una scommessa istituzionale: trasformare la nostalgia, quella che qualcuno definirebbe malinconia, in un fenomeno contemporaneo, capace di riportare economia, persone e futuro nei luoghi da cui si era partiti. La festa che «comincia quando torno al mio paese» è la stessa che il MAECI vorrebbe rendere, per quei borghi, un po' meno stagionale e un po' più duratura.
Foto: Serena Brancale, Levante, DELIA - AL MIO PAESE (Official Video)